Valerioventuri’s Weblog

maggio 27, 2008

L’Europa sterza a Destra: la Serbia e non solo secondo Matvejevic

Filed under: attualità,cultura,europa/mondo,interviste,politica — valerioventuri @ 10:45 pm

Milano – Pedrag Matvejevic è un intellettuale abituato a confrontarsi con la storia dei Balcani. Padre russo e madre dei territori ex-jugoslavi, Matvejevic è nato a Mostar nel 1932. Il professore de La Sapienza di Roma, già docente all’Università di Zagabria e poi alla Sorbona a Parigi, ha svolto incarichi all’Onu e per la Commissione Europea; parla della Serbia con un misto di soddisfazione e di amarezza. «i nuovi regimi instauratisi in alcuni paesi dell’est si dichiarano formalmente democratici senza che la società presenti una struttura effettivamente democratica. Sono le moderne, imperfette “democrature”. In Serbia è comunque andata meglio di quel che temevo, anche se lo dico con una nota di pessimismo. Il leader politico dei nazionalisti, fortunatamente sconfitto, contiene in sé tutte le caratteristiche negative dei politici dei Balcani. La sua fazione, che coniuga nazionalismo e clericalismo, ha avuto comunque l’ 11% dei voti, resta un politico di peso. La presenza dei nipoti del dio politico Milosevic, che si diceva socialista senza esserlo, purtroppo dura ed è tenace. Speriamo che Tadic rimanga in superficie insieme a chi lo sostiene; mi ha incoraggiato il fatto che il suo partito ha avuto aumento considerevole di voti.»Il nazionalismo è secondo lei il primo dei problemi mai risolti nella regione?

«Sicuramente. C’è da dire, poi, che i nazionalisti serbi sono aggressivi, molto più di quelli croati, che hanno saputo arginare la destra interna. Di fatto, tutto quello che sta accadendo ci fa vedere una Serbia perduta, affondata in un qualche modo. Per me è difficile considerare questo presente considerando il ricordo di una paese che fu anche faro di libertà. Dopo la fine della Jugoslavia, era il baricentro dell’antistalinismo: liberava la cultura, la letteratura più che la Croazia, ad esempio. Noi eravamo abituati a essere obbedienti al potere, da tradizione asburgica: la Serbia aveva una tradizione di autonomia, per me era un modello. Come è potuta giungere, allora, a certe derive nazionalista? Difficile dirlo in due parole. Uno dei segnali è che avevo visto l’intellighenzia inneggiare facilmente a Milosevic: anche colleghi, scrittori prima a me vicini. La cosa non è risolta; in questo gioco un ruolo molto brutto potrebbe averlo Kostunika, che mostra odio nei confronti di sloveni, kosovari… Non si può fare politica positiva con lui. La Serbia merita soggetti migliori. Eppure con il suo temperamento culturale non ha permesso al partito anti-nazionalista di venire alla luce. Ci sono amici di Tadic che hanno potuto avere pochi voti e non possono cambiare neanche la struttura del partito.»

Il Paese è comunque ora più vicino all’Europa

«Putin in Serbia non ha vinto, e questo mi sembra un segnale importante. Certo, se la Chiesa fosse stata anti-nazionalista, se avesse appoggiato Tadic lui avrebbe non vinto ma stravinto. Il fatto che il putinismo in Serbia non abbia avuto la meglio – non è applicabile, lì non si può rubare come in Russia, anche se lo si è fatto tanto per tanto -rimane cosa fondamentale. Ci sono ortodossi che credono nel fatto che Putin sia un loro campione, ma è solo la finta di un ex colonnello del Kgb: è autopropaganda pura.»

Questo nuovo scenario porterà a progressi riguardo la questione del Kosovo?

«Il Kosovo è da sempre una regione d’asse: da qui passa lo scisma cristiano, cattolico e ortodosso, e nelle frantumazioni si è inserita la componente musulmana. La sua storia riguarda tutti. Ma ognuno vede le sue ragioni, ed è difficile mettere insieme tante contraddizioni. Ad ogni modo non credo si possa tornare indietro. L’unico partito che ha riconosciuto l’indipendenza della regione è quello di Cedo Miriovanovic, che ha ricevuto il 5.2 per cento dei voti, avrà massimo 13 seggi: si tratta dell’unica sinistra serba, visto che il nazionalismo di destra ha riempito la scena.»
Lei è da 12 anni cittadino italiano. Ha collaborato con Prodi per lo sviluppo dell’Italia e dei paesi del Mediterraneo in seno alla Commissione Europea: continuerà questa missione?
«Quando c’era Prodi pensavamo di fare qualcosa per l’Europa del Sud, l’Italia dovrebbe farlo; ci sta provando Sarkozy, ma non riesce per il passato colonialista della Francia. Ma l’Europa continentale frena ogni tentativo in tal senso, ha prevalenza nelle istituzioni. Ma non credo che il nuovo governo voglia investire in tal senso. Poi devo dire che non ho vissuto facilmente la vittoria della destra. Vedendo a Roma, vicino al Campidoglio, le camicie nere festeggiare con il saluto romano mi sono preoccupato. Sono andato via dalla Serbia per questo. Per questo potrei lasciare l’Italia: è un paese verso cui nutro una grande gratitudine, che mi ha offerto tutto…Ma se il contesto diviene marchiato dal neofascismo me ne andrò. E’ per me il momento di prendere una decisione. Potrei tornare a Zagabria, dove il nazionalismo abbaia ma non morde perché ha perso i denti in guerra; lì c’è da fare, potrei essere forse più utile che qua da noi. Cercherò, troverò un altro punto di osservazione.»

Valerio Venturi

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