Valerioventuri’s Weblog

febbraio 5, 2008

Israele e e altre ire: intervista a Marek Halter

Filed under: attualità,cultura,europa/mondo,interviste,politica — valerioventuri @ 9:42 am

per il secolo xix, liberal

Comunitarismo, razzismo, ecologia, religione, democrazia, altermondialismo, conflitto tra israeliani e palestinesi… Che vada su tutte le furie o si entusiasmi, Marek Halter arricchisce il dibattito di riferimenti biblici, storici e filosofici e mette le proprie doti di narratore al servizio delle grandi cause. Dopo i successi delle sue biografie di donne bibliche, Marek Halter cambia registro narrativo. La mia ira è un libro di battaglia. Un libro attuale e al tempo stesso intemporale. Marek Halter è nato in Polonia, nel 1936, da una poetessa yiddish e da un tipografo, discendente da una stirpe di tipografi ebrei la cui origine risale al XV secolo. A cinque anni evade con i genitori dal ghetto di Varsavia e raggiunge la Russia sovietica. Non riesce a imbarcarsi sull’Exodus e nel 1950 arriva in Francia dove dipinge ed espone con successo.
Nel 1967 crea il comitato internazionale per la pace negoziata in Medioriente e incontra dirigenti arabi e israeliani: Golda Meir, Ben Gurion, Hassanein Heikva, Abu Ayad. Vuole convincere e rappacificare. Nel 1984 fonda con Berbard-Henri Lévy il movimento “SOS razzismo”.
Per suggerimento di E. Diesel, nobel per la Pace nel 1986, incomincia a scrivere: pubblica romanzi, scrive articoli, milita per i diritti dell’uomo. La prima domanda è sul nuovo libro. Qual è la sua ira?
“Il titolo mi è stato ispirato da Truffault. Quando sono arrivato il Francia avevo 14 anni, non parlavo francese. Ho iniziato a fare pantomima con Marcel Marceu e mi ha insegnato le prima parole con  ironia. Un giorno mi disse che aveva un incontro con Traffaut, all’epoca cronista. Sono andato con lui, Truffault ha sentito il mio accento e ha detto: “sei polacco!” Ed io: “no, sono ebreo”. E lui disse: “ah, ebreo! Tutti gli ebrei ok si svegliano in collera.” Io credo che non sia vero per tutti, ma è sicuramente cosi per me. Così, per questo testo, mi è venuto in mente questo titolo. Non è facile gridare in pubblico – se lo fate in piazza vi arrestano! – e d’altrocanto nella antica Israele c’erano addirittura delle scuole per imparare a gridare. La parola ‘navi’, ‘profeta’ trae la sua etmologia da nabu, che significa per l’appunto gridre  Questa è la mia tradizione, e in questo testo ho accumulato tante grida. Ci sono molte ‘collere’. ma sono un narratore e non un filosofo. quindi mi sono inventato un personaggio interlocutivo: ho preso personaggi che ho conosciuto e ne ho fabbricato uno per discutere con il mio passato. Già Socrate aveva avuto bisogno di Platone: si ha sempre bisogno di un altro che ponga buone domande per trovare buone risposte. Insomma, è un libro particolare, ma i problemi che pone sono veri problemi.”Ci parla dei suoi contenuti?“Sono un narratore e per questo la gente mi apprezza. Ma la differenza per la mia tradizione e quella di Sherazad è che in quel testo il narratore ha voluto sedurre il califfo per non morire; io scrivo perché voglio far pensare le persone. Mi posso sbagliare ma questa è l’idea. Non sono d’accordo con gli intellettuali francesi, e loro non lo sono con me su molte questioni: quindi ho deciso di dividere le mie urla da quelle degli altri. Ad esempio sull’ecologia: io sono per la natura, amo i fiori, ma non voglio essere schiavo della natura. Ci abbiamo messo 3000 anni per opporre la cultura alla natura, per rimpiazzare gli dei natura con quello del monoteismo. Quindi dico: se vogliamo proteggere la natura, facciamolo, ma non costruiamo nuova divinità. Obbligarci a mangiare ‘eco’ quando miliardi di persone hanno il problema di non mangiare del tutto è criminale. Distruggere in Francia il mais transgenico che potrebbe salvare milioni di bambini in Africa è criminale. Ne so qualcosa, che per sopravvivere in passato ho mangiato pure la merda di vacca. L’ecologia è la filosofia che hanno i ricchi per proteggere il loro stomaco. Andate a Gaza o Calcutta a parlarne!”Altri temi?

“La repubblica francese è giacobina e centralizzatrice. Io invece sono per la comunità. L’uomo universale – quello di Voltaire – ha fatto gli uomini ciascuno con la sua particolarità, e questa è la ricchezza del mondo. Ma se non lo si accetta si diventa antisemiti, arabofobi, razzisti. Accadde proprio a Voltaire, perché ad un certo punto non accettò chi era diverso da lui: non rientrava nel suo ideale di uomo, e quindi divenne razzista, antisemita, anti-islamico. La gente non ama sentir queste cose ma occorre riflettere. In Francia abbiamo la banlieu con immigrati, il 10% della popolazione. Invece che inviare la polizia bisogna dare loro il potere, l’autonomia per arrangiarsi. Io sono stato un piccolo ladro, durante la guerra: controllavamo le periferie, ma ad un certo punto abbiamo fatto ordine perché il sindaco della città ci diede potere. L’abbiamo rispettato perché ci ha valorizzato.»

Lei è impegnato nella associazione “S.O.S. razzismo”: 20 anni di attività all’insegna di un impegno totale per l’integrazione secondo questa prospettiva? Non vi occupate in particolare di antisemitismo?

«Lavoriamo contro il razzismo e l’antisemitismo. Non sono la stessa cosa: sono entrambe malattie mortali, che portano a uccidere, ma non si possono curare con la stessa medicina, così come si fa, differentemente, se si ha un tumore o l’aids. Noi facciamo i distinguo, mostriamo le differenze. E’ necessario: spesso i miei amici intellettuali mettono sullo stesso piano comunismo e nazismo, ad esempio; ma non sono la stessa cosa: il “Manifesto” e il “Mein Kampf” sono diversi, ed è necessario mettere le cose in ordine. Razzismo e antisemitismo sono cose diverse. Tacito ha detto che gli ebrei sono poco rintracciabili, qualcuno che sono ipocriti; fanno paura perché si nascondono; invece i neri e gli arabi non si nascondono e si vede che sono differenti. Quindi le ragioni sono molto differenti. Noi stessi negli ultimi due anni non abbiamo fatto grandi progressi, forse per questo girando un po’ intorno. Allora ho detto. bisogna riflettere, proponiamo altre cose.

Ad ogni modo, l’associazione ha fatto un buon lavoro, ha risvegliato la società che crede che i problemi di integrazione non esistano. Italiani, polacchi, spagnoli…Tutti si sono integrati in Francia; ed io credo che anche i musulmani possano essere integrati nello stesso modo. L’integrazione non si fa solo grazie alla scuola, ma anche grazie alla chiesa. I polacchi in Francia andavano in chiesa e lì si ritrovavano con gli altri, con gli autoctoni, e si creava solidarietà. Il problema è che i musulmani vanno nelle moschee, e anche per qusto sono rimasti ‘fuori’. Abbiamo continuato a chiedere l’integrazione, ma se si chiede quella sociale e politica, perché non chiedere quella culturale? L’islam ha valori che vanno valorizzati, che sono anche nostri. Nella scuola francese il 40% degli alunni è di origine araba. Quando si fa  matematica, perché non si dice che lo ‘0’ lo hanno inventato loro? La parola ‘algebra’ è araba, significa “condensare”. Valorizziamo così questi bambini, sottolineamo i contributi dati all’Occidente dalla loro cultura.»

Malraux ha sostenuto che il secolo sarà religioso o non sarà. Le religioni possono essere strumento di integrazione e pace?

«Io sono laico penso che è l’unica garanzia per la coabitazione e l’espressione delle religioni sia il laicismo. Quando una fede diviene dominate, le altre si perdono. E’ normale, ogni religione crede di di avere la verità assoluta e non può quindi accettarne altre. Ci sono state molte guerre in Europa, quella dei100 anni, dei 30 anni; in Irlanda si uccidevano per lo stesso Cristo… Credo che le religioni sono parte del patrimonio culturale, che non si possono astrarre, togliere dall’insieme. Ma è solo la laicità che può regolare i rapporti. Sarkozy, che ha letto il mio libro, ha ripreso per questo la mia idea di introdurre la storia della religione a scuola; non il catechismo. Credo sia importante: d’altronde preferirei spiegare io il Corano ai bambini musulmani, piuttosto che lo faccia un imam che è stato nelle grotte afghane. Insomma…Paul Cloded ha detto: “non è colpa mia se esiste la religione e Dio.” Ma indubbiamente l’uomo è una povera bestia mortale che ha bisogno di credere. Noi abbiamo nutrito il sogno laico per un secolo, ma ora è finito. Abbiamo provato, ma non va: socialismo, fascismo, comunismo…Certo resta la democrazia, ma non è una ideologia, piuttosto una forma di governo. Quindi è normale che gli uomini si riavvicinino a Dio; ma bisogna preservare la laicità che governa permettendo il valore magnifico delle diverse fedi.»

Lei è engagé, sempre in prima linea: si espone ed espone le proprie idee. Crede sia legittima, comprensibile, la posizione di intellettuali che preferiscono non prendere posizione? Non crede che il sostegno alla ‘dissidenza’, sia sempre più svolto da attori altri? «Esistono persone così: la loro presenza è certo legittima ma non utile. Credo non siano veri intellettuali. Magari sono grandi scrittori, ma non altro se non prendono posizione sugli avvenimenti sociali ed economici. Certo si può anche filosofeggiare sulla filosofia….Comunque non li condanno. Io sono così perchè mio malgrado sono stato investito dal tourbillone della storia, quindi non posso fare l’astrazione da quello che succede intorno a me. Ma la domanda è buona: mi chiedo se si può essere veramente sensibili nei confronti dei propri personaggi senza esserlo della miseria del mondo. Leggendo le lettere di Tolstoj si comprende meglio “Guerra e pace”: il russo non faceva manifestazioni, ma era preoccupato di cosa succedeva attorno a lui, e si capisce bene; lo stesso leggendo Hugo, che peraltro era deputato. Non so se attraverso la storia ci sono stati grandi poeti, filosofi o pensatori veramente non sensibili ai problemi politici, della società; forse no, ma non sono sicuro.»

Tema centrale della sua produzione-azione è quello della civiltà ebraica. Lei è stato anche politicamente e intellettualmente attivo nell’affrontare il tema del conflitto israelo-palestinese…

«Si, parlo spesso di queste cose. Gli ebrei – Chateuabriand lo disse – rappresentano la sola civilizzazione antica che è sopravvissuta. Non ci sono più greci e  babilonesi, ad esempio. Perché? Perchè gli altri erano tutti radicati nella terra. Le radici degli ebrei sono nei libri, per questo  perseguirli non li ha fatti sparire. Tutti quelli che hanno voluto eliminarli hanno iniziato bruciando i loro libri non a caso. Freud ha detto che ogni libro è come un uomo: e chi attacca i libri degli ebrei è criminale. Così come chi attacca la civiltà per criticare le politiche dello stato di Israele. Molti progressisti sono per la Palestina, e magari chiedono di boicottare gli scrittori ebraici: o sono stupidi o sono criminali.»

Che cosa propone per risolvere il conflitto tra arabi e israeliani? Il ruolo della comunità internazionale?

«La mia idea è di fare una confederazione che inglobi Israele, Palestina e Giordania. Ma Arafat, mio amico, mi disse: prima di farla bisogna che noi esistiamo. Questa sua reazione era giusta, politicamente almeno; strategicamente forse no, perché non si è obbligati a fermarsi a tutte le stazioni della ferrovia per arrivare a destinazione. Il conflitto israelo-palestinese ci sembra drammatico, è drammatico, ma non più degli altri: il problema vero è che la nozione di tempo nella storia non corrisponde a quello che c’è per la vita umana. Ci vorrà tempo per risolvere i problemi. Quando accadrà, saranno due righe di spiegazione sui libri di scuola; noi siamo impazienti perché intanto passa una vita. Ma se pensiamo a Belfast, al Tibet…60 anni sono niente.  Qui, in particolare, nella valutazione delle persone entra un elemento particolare: ci sono gli ebrei: io ho detto che è una fortuna e una sfortuna: ci sono conflitti con più morti, ma questo è sempre in prima pagina perché ci sono gli ebrei. La cosa negativa è che se ci fosse stato qualcun altro, forse sarebbe andata diversamente. La comunità internazionale deve intervenire, considerando che gli israeliani sono come gli altri: da rispettare, ma a quali è possibile dire che sbagliano se occupano i territori. Ho incontrato Sarkozy in Russia, dove dirigo alcune università. Mi ha chiesto come comportarmi con Putin. Gli ho detto: “ a un russo si può dire tutto, ma con amore. Puoi dirgli che ami la Russia, che la trovi formidabile e che quindi ciò che fa in Cecenia lo ritieni sbagliato: lo accetterà. D’altronde, noi accettiamo più facilmente le critiche degli amici, che quelle dei nemici. Se alla gente di Israele si dicesse che Israele deve esistere e si deve sviluppare, che è una risorsa ma che sul piano morale non opera secondo i suoi presupposti, la gente capirebbe meglio. Ma non si accettano lezioni da chi vorrebbe che il Paese scomparisse.»

Lei ha avuto la capacità di comunicare con i palestinesi…

«Sono stato ad Hamas, il primo ebreo da Arafat. Ripeto: con gli amici tutti possono parlare e criticare. Ho fatto articoli pubblicati ovunque e trasmissioni tv in cui ho spiegato perché sono andato a incontrarlo. Sono stato insultato ma ho aperto la porta. I siriani mi hanno accettato perché ho detto la verità. Mia mamma mi diceva che la migliore menzogna è la verità; se dite la verità alla vostra donna, magari non vi crede; ma se la nascondete, lei andrà a cercarla. Certo, quando si dice a verità non si è creduti. Comunque: forse all’epoca un errore lo feci. Per anni ho domandato ad Arafat di fare un discorso pro-Isreale. Gli ho detto: è una democrazia, se non ami Sharon, parla al popolo; ti preparo io la prima frase e organizzo la conferenza stampa, sarà una rivoluzione. Non lo volle. Ma due anni prima della sua morte ero da lui con l consiglio di Francia e me lo chiese. Tremava e mi disse: “dov’è il tuo discorso? Preparamelo!” Andai a Parigi, mi chiamarono dal suo ufficio: aspettavano il mio testo. Ma alla fine non lo preparai. Non lo feci, non ci credevo più. Ma avrei dovuto scriverlo e non so perché non lo feci.»

Nel suo testo critica l’altermondialismo. Può spiegarci meglio la sua posizione?

«’Altermodernismo’ è un termine che indica il pensiero di chi cerca un altro mondo possibile. E’ un bel sogno, questo pianeta non è prefetto; chi non lo sogna diverso? Ma ho visto che certe organizzazioni altemondiste esprimono, hanno in loro tutto il peggio che c’è in quello che criticano. Al G8 di Genova lo abbiamo visto, il messaggio alternativo è stato  trasmesso da alcuni con la violenza. Imezzi che sono gli stessi che si criticano. Gandhi propose un altro mondo e un altro mondo, esponendosi a rischi. M. Luther King pure propose un altro comportamento: tutti e due morirono. Non è facile offire coerentemente visioni diverse; ma non è con gli stessi bastoni della polizia che si possono cambiare le cose. Tutti i difetti del mondo passato le devo ritrovare nel nuovo? ma questo non lo voglio!»

Cosa si augura, invece?
«Mi auguro una Palestina delle donne. Marx nel XIX° secolo pensava che la società poteva cambiare solo per il proletariato e aveva ragione. I marxisti si sono sbagliati, lui no: se il proletariato avesse preso il controllo dei mezzi di produzione, qualcosa sarebbe cambiato. Ma adesso sono le donne che possono cambiare il mondo. Ora sono ai margini della società, in Francia prendono il 40 per cento del reddito di quello degli uomini per fare lo stesso lavoro. E allora, immaginate il giorno che le cose cambieranno; il giorno in cui le donne con il velo, il velo se lo toglieranno: sarà la vera rivoluzione. Servono stimoli nuovi, e buone domande, per avere nuove e valide risposte.»
Progetti futuri?«Molti: alla commedia musicale tratta dal mio libro su Abramo con Michelle Le grande e il cantante Jospeh Vandamme, uno dei più grandi dopo Pavarotti; poi usciranno miei testi sulla relazione Polonia-ebraismo; a fine anno un testo sul re Salomone, una storia molto bella: è la prima volta che l’Africa entra nella leggenda dell’uomo bianco. Per gli stessi africani è un momento molto importante, loro credono per questo di essere discendenti dagli ebrei. Lo cantano pure negli spirituals. ….Poi una biografia sulla moglei di Maometto: io sono il ‘padrino’ del movimento “Né puttane ne’ sottomesse”, e so che i musulmani hanno bisogno di riferimenti propri per cambiare certe usanze errate anche secondo il loro punto divista. Voglio mostrare che la donna nella loro cultura gioca un ruolo importantissimo. Non ci sarebbe stato l’islam, gli hadid e il Corano senza Fatima, Haisha, Khadīja. E loro non portavano sempre il velo. Bisogna dare ai musulmani che trattano le donne come schiave la loro cultura, non la nostra. Gli iraniani mi hanno chiesto perché non faccio un libro su Fatima, moglie di Ali, il primo scita. Vogliono che la glorifico, ma sono in contraddizione, perché in quel paese le donne sono obbligate all’uso del chador. Ecco: questo mi interessa: entrare nella cultura dell’altro e trovare in quella gli argomenti per far fare dei passi in avanti; se oppongo e impogno semplicemente i miei presupposti, allora la mia è solo una guerra di civiltà.»

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