Valerioventuri’s Weblog

gennaio 22, 2008

La Vespa in India. Ora il ‘boom’ è là. Intervista a Omar Calabrese

per il secolo xix

Milano. Chi Vespa mangia le mele, cantava Vasco. E se le mele si fanno in India? Si Vespa lo stesso. Parola di Roberto Colanino. Ieri ha dichiarato: «Vogliamo introdurre lo scooter in India per completare la nostra offerta nel Paese». Sottotesto: l’italianissima diventerà un super-global-object. Lo era già per il simbolo che rappresenta, lo sarà sempre più anche in corpo, viti e bulloni. Lo stabilimento di Baramati è pronto: sfornerà lo scooter di Pontedera e dal 2009 altri mezzi con motorizzazione ibrida. In fondo, una novità neanche tanto nuova: la Innocenti aveva portato qui la sua Lambretta già nel ’71. Poi c’è la Bajaj, versione low-cost made in India; e altre imitazioni si aggirano per il mondo. Quindi la Piaggio, che mancava all’appello, doveva agire: è a est che si produce con meno, è a est che si venderà di più. I grandi mercati sono qui.

Che ne sarà, allora, della leggenda dello storico motociclo, costruito con avanzi di aerei – secondo mito – su disegno dell’ingegner D’Ascanio? Lo abbiamo chiesto a Omar Calabrese, professore universitario e autore di un libro sull’argomento con prefazione di Umberto Eco. «Chiaramente la Vespa è qualcosa di più di un mezzo di locomozione. E’ un simbolo sociale ed economico che rappresenta l’Italia di un certo periodo; ma è anche un modello di design vincente: molto innovativo per quell’epoca, l’esempio del successo italiano. Eco dice queste stesse mie cose; non sono chissà quali idee, ma constatazioni, dati di fatto.» La Vespa piace a milioni di persone… «A me piace tantissimo, anche se non ne possiedo una perché sono motociclista. …Basti pensare che già a partire dagli anni ‘50 si sono creati i primi fanclub: una bella cosa che ha procurato familiarità con il veicolo, e che ha fatto sì che per la prima volta ci fosse quella che ora si chiama ‘idealizzazione’ dell’oggetto: fu il primo manufatto ad arrivare a tanto, con forme di desiderio popolare forte.»

Ora la Vespa diventa transnazionale. Cambia forma e luoghi. La funzione e le suggestioni rimangono le stesse?

«Sono cambiati i gusti, le merceologie: la Vespa ha avuto uno sviluppo, è ovvio. Poi è cambiata la percezione: non è più il mezzo popolare della motorizzazione delle masse; lo si compra per ragioni differenti; c’è resistenza di memoria ma non c’è la ‘simbolizzazione diretta’ che c’era una volta.»

La novità è che l’emblema del ‘made in Italy’ si farà in India. Che ne pensa?

«Fare ‘fuori’ è una evoluzione normale del sistema stesso dei consumi. Chiaro che così diventerà meno ‘Vespa’; la cosa influirà sulla percezione, sarà sempre meno ‘nostra’, con le conseguenze oggettive del caso.»

Le specialità italiane sul mercato internazionale rimangono quelle ideate nel passato. Il nostro paese non è più in grado di produrre miti della modernità?

«Certamente questo veicolo è divenuto qualcosa di importante nella comunicazione simbolica; lo divenne quasi subito, fu grandiosa la sua campagna di lancio, anche quella non volontaria. …Ma da dire che più di tutto, in generale, conta sempre l’oggetto. Della Vespa occorre bisogna essere orgogliosi, di più che per la 500: è un prodotto nato in epoca di penuria a cui si diede una risposta innovativa ed efficace,  bello e dai consumi ben orientati . Ora il cinismo imperante ci impedisce di creare novità capaci di far sognare.»

.Non ci sono talenti, o è un problema del sistema-Paese?

«E’ un problema del sistema-Paese. Bisogna continuare a innovare. Ma se non si produce, non si fa nemmeno innovazione.»

Allora spazio ai giovani; spazio all’India: che produrrà il mito italiano e chissà…Magari un giorno lo farà proprio. La ricetta è quasi la stessa dell’Italia del boom: tante idee, pochi mezzi e spezie quanto basta.

Valerio Venturi

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