Valerioventuri’s Weblog

novembre 9, 2007

Africa in arte a Brescia

Filed under: cultura,italia — valerioventuri @ 2:25 pm

per liberazione

Milano – Un viaggio nell’arte africana contemporanea, di cui sappiamo poco o nulla: è quello che propone lo Studio Brescia (Arte Contemporanea Non Globalizzata) di Ospitaletto con il progetto “Africa Felix”. Provincia di Brescia; eppure l’evento è da piazze di primo piano. Ma si sa che va così: i piccoli centri spesso superano le città per iniziativa e coraggio. Fino al 15 del mese Africa Felix tiene aperti i battenti, a disposizione di quanti vogliano conoscere le straordinarie opere dei creativi contemporanei del continente nero. Felici, nonostante le disgrazie.
Enrico Mascelloni e Sarenco hanno messo insieme una significativa esposizione. Le circa 200 opere in sala – che spaziano fra pittura, scultura e fotografia – appartengono ad un’unica collezione che ripercorre la storia dell’Africa di oggi. Attraverso un’arte ancora ‘diversa’, ‘altra’.
Il mostrato è frutto del lavoro di raccolta, della vera passione di Sarenco: nome d’arte di Isaia Mabellini, creativo eclettico, fra i massimi esponenti della Poesia Visiva e dell’avanguardia italiana: un uomo che ha solcato i mari, conosciuto, visto, quindi scelto e collezionato l’insieme che ora mostra con orgoglio.
La disomogeneità espressiva dei principali artisti africani è la sola cifra, il metodo unificante. Eppure la spontanea naivité di tale massa di differenze è forse esaurita. E’ tempo di riflettere sul presente, dice il curatore Mascelloni: «la visualità dell’Africa partorirà ancora migliaia di eventi straordinari, ma ciò che abbiamo conosciuto come “arte africana contemporanea” – cioè quella rimessa in discussione di linguaggi e tradizioni visuali che inizia approssimativamente al tempo della decolonizzazione (primi anni ’60) […] e che per il resto ha ben poco in comune se non la tensione di una vera e propria rete di esperienze che modificano la visualità dell’Africa non avendo più nulla da invidiare ai linguaggi occidentali – ebbene: tale esperienza sembra definitivamente tramontare insieme ai suoi protagonisti».
Così, in attesa del mondo che verrà, l’Africa del passato prossimo è ancora tutta nei lavori dei 66 artisti in vernice. Provengono da 19 paesi dell’Africa: Senegal, Ghana, Benin, Nigeria, Camerun, Kenya, Tanzania, Zambia, Zimbabwe, Sudafrica, Mozambico, Sierra Leone, Madagascar, Repubblica Democratica del Congo, Niger, Angola, Togo, Riunione, Namibia. Ex colonie, paesi poveri che hanno conservato immaginari tribali e desideri di riscatto progressista. Vien fuori un ensemble gustosissimo, immune ai giochi di riferimento dell’arte all’arte tipico della produzione occidentale.
Tra tutte, spicca la produzione di George Lilanga, artista tanzaniano scomparso nel 2005. Il “Picasso africano”, i cui ironici uomini-fantasma, con il pareo e le orecchie lunghe, la pancia gonfia e la disarticolazione motoria, sempre inquieti e in movimento, hanno ispirato Keith Haring, è tra i più notabili e noti. Scultore, pittore di pelle di capra montate su telaio e ‘star’ di importanti esposizioni internazionali, è considerato il genio assoluto della pittura swahili. Fin dagli anni ’60 ha sviluppato una sorta di “logo” costituito da figure che sono “cartoon” in continuo movimento, anticipando di fatto il graffittismo. Ha spiegato: “dipingo quando sono felice e racconto le vicende quotidiane del mio popolo.” Si vede.
Altra ‘big’ presente è Seni Camara, artista della Casamance scoperta da Jean-Hubert Martin e prediletta da Louise Bourgeois, le cui opere in terracotta sono state esposte al Beaubourg di Parigi (1989) e alla Biennale di Venezia (2001). Ricardo Rangel, di Maputo, è invece fotografo di reportage e testimone documentario dell’epoca coloniale in Mozambico; Ousmane Ndiaye Dago, di Dakar (Senegal), si mostra investigatore, autore di un’originale e sensuale ricerca sul corpo femminile; Omar Said Bakor, dell’isola di Lamu (Kenya), propone un inedito stile di fotomontaggio; quindi Cheff Mwai, keniota, ex militante Mau Mau, che ha documentato la storia recente del proprio paese attraverso immagini dedicate alla guerriglia. Ma c’è ancora spazio per Richard Onyango (Kenya), Twins Seven Seven (Nigeria), Esther Mahlangu (Sudafrica), John Goba (Sierra Leone), Antonio Ole (Angola), solo per citarne alcuni.
Il gusto per la visualità e il colorismo traspare in ogni angolo di materia: “c’è poco in comune” spiega Mascelloni, “se non la tensione di una vera e propria rete di esperienze che modificano la visualità. La formazione della collezione diventa necessariamente un viaggio, poiché come si è detto l’Africa è grande e sostanzialmente inesplorata nella sua “arte vivente”.”
Meglio così? Con il nuovo millennio, anche nell’emisfero inesplorato è arrivato il mercato. Alcune opere sono state battute a cifre record, con conseguente e crescente malizia degli attori, alcuni dei quali divenuti disponibili a far fiorire opere ‘funzionali’, alla vendita di falsi spudorati.
Difficile ora mettere ordine, scremare. Ma se il Novecento è già storia, questa è l’occasione per fruire, con occhi diversi, il ‘canto del cigno’ di un’arte (di un minuto fa) che saprà rinnovarsi come il Continente che rappresenta.
Valerio Venturi

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