Valerioventuri’s Weblog

agosto 23, 2007

70 anni di Cina

Filed under: attualità,cultura,europa/mondo,interviste,politica — valerioventuri @ 4:01 pm

Agosto 23rd, 2007

pubblicata su liberazione

Milano – Per conoscere la Cina, non c’è niente di meglio che sentire le parole di Shen Dali, 70 anni: ricercatore e docente dell’Università di Pechino, figlio di rivoluzionari poi definititi ‘destrorsi’, ha studiato quando al potere c’era Mao; è stato in carcere, e fuori dalla prigione e in giro per il mondo ha pubblicato romanzi e saggi.

Nei suoi testi racconta la marcia del Paese più popolato al mondo attraverso la storia di eroi semplici: persone che hanno vissuto sulla loro pelle i momenti contradditori dello sviluppo del gigante con i piedi d’argilla. E’ in Italia insieme alla sua compagna Dong Chun, professoressa di letteratura francese. Insieme hanno pubblicato alcuni studi sull’arte occidentale per l’editore milanese Spirali.

Shen Dali, si può dire che nella sua opera c’è tutta la storia della Cina moderna…
S.D.: “E’ vero. All’età di 8 anni ho seguito l’armata russa: i miei genitori combatterono sul fronte. Per questo ho scritto il romanzo “I bambini di Yan’an”. Fa parte di una trilogia che comprende anche “Le stelle filanti”, scritto in cinese classico per eludere la censura: un’opera molto violenta contro il regime totalitarista di Stalin. Quindi l’ultimo pubblicato in Italia, “Gli amanti del Lago”, che ho scritto in francese a proposito dei discriminati dal regime. Sono le tre fasi della nostra storia: la marcia verso la libertà, la nascita dei privilegi e l’alienazione della rivoluzione e l’insieme di tutti gli avvenimenti politici e culturali di un’epoca.”

Tema cardine, quello dei perseguitati…
S.D.:“Ciò che è successo in Russia con Stalin, in Cina è accaduto con Mao.

Lei lo “accusa” di aver tradito i ‘principi’…
S.D.: “Quando si arriva al potere si cambia: il potere è corrosivo, e lui divenne un tiranno. …“Gli amanti del lago” parla di questo, attraverso la storia di un eroe che ancora vive: lo conobbi nel ’57, era all’Università insieme alla sua bellissima ragazza. Venne bollato come nemico del popolo, ma non aveva fatto niente, era apolitico. Eppure ebbe questa etichetta perché nel ’57, dopo il 20esimo congresso dei comunisti in Russia, Cuchev condannò i crimini di Stalin; molti ne approfittarono per muovere delle critiche anche in Cina, e Mao si sentì minacciato. Il protagonista del mio romanzo appese con altri studenti dei giornali murali per criticare la burocrazia ed il rettore dell’Università di Pechino. Mao li bollò, inventando il ‘cappello’, che venne accollato a 650mila veterani comunisti e studenti. …Lui fu condannato ai lavori forzati. Tutti i membri della sua famiglia furono emarginati, avevano difficoltà a trovare lavoro. Una discriminazione sociale terribile che toccò moltissimi. E dopo i lavori forzati, quell’uomo fu incarcerato perché accusato di aver inficiato il bene pubblico. Erano gli anni della grande fame, ci furono 27 milioni di morti intorno al 1960: per sopravvivere mangiavo foglie d’albero, erba. …Lui aveva donato della pastura per maiali ad alcuni cittadini affamati, e per ciò venne imputato dalla Comune e fu di nuovo arrestato. Dopo anni bussò alla mia porta: era 40enne, ma sembrava un settantenne. Mao aveva imprigionato la sua giovinezza. …Come a lui, accadde ad un milione di persone che non avevano fatto niente. Così, io dico che scrivo sempre la sua storia, in un certo senso.”

Oggi il governo li considera ancora dei nemici?
“Non sono stati riabilitati, questi uomini: perché si dice che si meritavano le punizioni. In realtà avevano solo mosso delle critiche, non erano neanche veri oppositori. Io non sono stato classificato cosi solo perché ero al liceo, anche se mettevo in discussione il numero due del partito, che poi divenne presidente. Ma bisogna essere 18enni per avere dei problemi. …Vanno recuperati: i perseguitati sono stati un milione, le famiglie implicate sono tantissime: se non si riabilitano è un problema sociale, si è obbligati a farlo.”

Nel suo romanzo racconta anche dei limiti culturali che un giovane cinese di allora doveva accettare…
Risponde Dong Chun: “In quegli anni c’era una grande chiusura culturale. Abbiamo conosciuto l’arte europea durante la rivoluzione iniziata nel ’65; ma per molto tempo era vietato leggere commenti occidentali, romanzi, ascoltare i compositori… Un nostro collega fu denunciato perché ascoltò musica classica. …Si criticava un sistema diverso e si diceva che in Cina tutto era ottimo. Ma leggendo la letteratura francese, da studenti, capimmo che questa non era una verità così vera. Certo, la nostra mentalità era ed è molto diversa: da voi, ad esempio, la donna, la nudità, è sempre stata celebrata, ma in Cina è considerata immorale. Ma durante la rivoluzione si avevano pregiudizi incredibili e si condannava tutto ciò che arrivava da fuori. E’ vero che la Cina ha sofferto il colonialismo delle potenze occidentali, che per molti anni si sono divise la ‘torta’. Ma da lì a dire che tutto è malvagio…Non è vero. La rivoluzione culturale fu in effetti controculturale. Si distrussero i templi, le tradizioni. Fu un periodo folle. Molti libri furono censurati. Ma dopo questo periodo di pazzia nazionale, con piacere ci si è ripresi, e ora si ostenta una certa fierezza . C’è stato un confronto di civilizzazioni e ora si scoprono molti punti di contatto.”

La Cina contemporanea, che ha aperto a Ovest e al mercato, sta viaggiando verso la giusta direzione? Senza ‘frizioni’ interne?
D.C.: “In effetti questo è un periodo di sviluppo e cambiamento. Ci sono 1 miliardo e 300mila bocche da nutrire. Si critica molto il nostro Paese, si dice della minaccia che rappresentiamo. Ma nella stesso modo con cui siamo riusciti a vedere l’Occidente, voi potreste capirci meglio. La nostra popolazione è enorme. La catastrofe avviene se non risolviamo i problemi da noi stessi, se ha luogo una emigrazione di massa; ma non si deve temere: non siamo mai stati colonialisti, non abbiamo fatto la tratta dei neri. La Cina è pacifica, non ha soldati e basi militari all’estero come gli Usa, e non fa la guerra: fa solo commercio. E’ la mondializzazione, si scambia su tutti i piani, si cerca altrove quello che qui non c’è. In verità certi politici esagerano solo perché vogliono spaventare le persone semplici.

Cosa pensa il cinese del 21esmo secolo? Che rapporto ha con la storia, l’influenza culturale occidentale? Non avete timore di ‘perdervi’?
D.C.: “Ci sono due poli: da una parte quelli che sono per i nostri valori, l’autosufficienza, il socialismo, la tradizione. Poi quelli che sono attirati dal sogno americano, soprattutto i giovani. Di fatto, come accadde da voi, ora succede a noi: la cultura americana influenza e invade. Come in Francia, in tv non si vedono che film statunitensi e ci sono idioti che non leggono, che guardano vuoti clip… I giovani non vogliono conoscere i classici e la storia. Dicono: “è vero, avete sofferto, ma non ci interessa conoscere il passato, è doloroso”. Li prende solo ciò cheli scuote, l’avvenire, i soldi… Ma si ha già coscienza del pericolo. Da 10 anni il governo ha chiesto ai ricercatori di affrontare il problema, e per questo si ripensa ai valori tradizionali. La Cina non è un paese religioso, ma filosofico, confuciano. E si cercano in Confucio le radici. …D’altronde la nostra struttura sociale è basata sull’anti-attivismo, sulla non concorrenza, elementi in forte contrasto con quelli di importazione. …Si sta comprendendo che non conviene alla società cinese distruggersi, distruggere i rapporti umani. Allora il nuovo slogan è: ‘per l’armonia sociale’.”

Nonostante l’anelito all’armonia e la maggiore libertà dichiarata, rimane aperta la questione dei diritti umani. Alle porte ci sono le Olimpiadi e le polemiche crescono ogni giorno…
S.D: “Senza dubbio la Cina non è la Francia. Si è fatta una rivoluzione democratica e dopo il ‘49 è stata alienata, con un regime più staliniano di quello di Stalin; ma si sono fatti moltissimi progressi. Chun, ad esempio, ha criticato il ministro degli esteri, ma non è in prigione. Io scrivo i miei libri, sono stato in carcere ma ora sono libero. Tutto è migliorato.”

D.C.:” Il potere permette alle gente di uscire. Non si critica in tv il presidente, ma in un libro che un editore straniero vuole pubblicare, lo si può fare. …La Cina è immensa, è difficile monitorare tutto. Le regole si eludono: i cineasti fanno film in coproduzione, così il governo non può controllarli. Quello del rispetto dei diritti umani rimane un grande problema, ma la Cina avanza, poco a poco. Nonostante tutte le etichette, troveremo il nostro modo. Dolcemente; siamo abituati a vedere grandi mutamenti. E la Cina cambia di continuo, anche fisicamente: ogni volta che torno nel mio Paese lo trovo differente.”

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