Valerioventuri’s Weblog

aprile 17, 2007

Via Sarpi, in scena la Lega

Filed under: attualità,italia,politica — valerioventuri @ 10:33 am

Aprile 17th, 2007 di Valerio Venturi

Milano – Aspettando un mercoledì da leoni, Milano torna a vivere l’incubo cinese’: nel senso di incubo ‘per’ i cinesi (dei milanesi e delle loro regole) e di incubo ‘dei’ cinesi (per i milanesi, che temono l’iniziativa degli orientali). Mercoledì, infatti, la città si colorerà ancora di rosso; a sventolare, saranno centinaia di bandiere della Repubblica Popolare Cinese: questa volta non solo degli immigrati di via Sarpi, ma di moltissimi orientali che giungeranno appositamente da mezza Europa a sostenere la comunità della Chinatown meneghina. Le ‘giornate di Milano’ hanno preso infatti un forte valore simbolico per i cinesi di tutta Europa, che hanno seguito le vicende nei racconti dei giornali pubblicati nella loro lingua, da tutte le capitali, e si preparano a dare battaglia; ad espandere i confini della protesta, qualora fosse necessario.
I lombardi – una parte, almeno – da parte loro anticipano, tornando in piazza a protestare contro l’illegalità sotto decine e decine di bandiere verdi: sono quelle della Lega Nord, che ha organizzato un presidio in piazza Gramsci, all’ingresso del quartiere, proprio dove ha sede una associazione che tutela gli interessi degli immigrati.

L’idea originaria era quella di fare una fiaccolata in via Sarpi, spiega Salvini, capogruppo del Partito. Ma la questura ha preferito evitare, ed ha autorizzato solo un presidio. “Ma se qualcuno dei nostri militanti vorrà farsi una passeggiata per le vie, perché negarglielo?”, aveva detto. Intanto c’è il presidio a pane e salame, distribuiti gratuitamente, nella volontà dei promotori uno ‘schiaffo morale’ contro gli involtini primavera: “non conquisteranno la terra padana.”.

La realtà è invece più dura, per chi teme l’invasione. Di fatto – lo confermano i dati della Camera di Commercio- Milano ha già da un bel po’ gli occhi a mandorla. E non solo in via Paolo Sarpi: i cinesi aprono un negozio ogni sette giorni, nella metropoli, e in media guadagnano più di 1350 euro al mese – 1.560 euro per i maschi, 1.213 per le donne. E ricordano: ‘siamo milanesi anche noi’. Come i milanesi, secondo stereotipo, basano la loro esistenza sul lavoro. L’ha ricordato il cappellano del quartiere Sarpi, cinese pure lui – “sono qui solo per lavorare” – lo ha ribadito, più sottilmente, l’ambasciatore di Pechino a Roma Dong Jinyi: la Lombardia ha bisogno di appoggi, per ospitare l’Expo che tanto desidera. E l’industria italiana ha bisogno di esportare i prodotti in Cina e di importare materie prime.

Meglio venirsi incontro. Anche per questo, il vicesindaco De Corato ha provato a calmare le acque, facendo balenare l’ipotesi di una modifica delle regole dello scarico e carico nella Chinatown. Gli immigrati, aspettando mercoledì – e giovedì, giorno previsto per l’incontro tra il sindaco Moratti e il Console di Pechino – fanno lo sciopero della lingua: parlano solo in cantonese; la sensazione di girare in una ‘città nella città’ si fa ancora più evidente. Perché la polemica, anche sui fatti di giovedì, non si è ancora placata. Dong Jinyi: “era giusto far rispettare le regole, ma non solo usando la forza”. De Corato: “La forza? Abbiamo avuto molti vigili feriti. E, comunque, ci sono le immagini televisive che illustrano cos’è accaduto e, mi pare parlino chiaro”. Le immagini che mancano sono invece quelle, importantissime, delle videocamere di sicurezza, installate appena qualche settimana fa ma inspiegabilmente fuori uso: avrebbero potuto far luce sui prodromi scatenanti la rivolta di giovedì, ma erano spente. Sembra escluso un guasto tecnico. Volontà? O caso?

Intanto D’Alema fa da pacificatore nazionale, mentre Alessandra Mussolini soffia sul fuoco; dopo i leghisti, però, che in attesa delle contromosse dei cinesi mangiano pane e salame commentando: “hanno anche i doveri degli italiani. Noi, i diritti che hanno loro, non li vogliamo.” E sulle ritorsioni del Console: “abbiamo la coscienza pulita, non temiamo le minacce. Noi non facciamo affari con chi non rispetta i diritti umani. Non accettiamo lezioni di democrazia da questi signori.”

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