Valerioventuri’s Weblog

marzo 12, 2007

Il futuro e il presente dell’Iraq

Filed under: attualità,europa/mondo,politica — valerioventuri @ 10:56 am

Scritto da Valerio Venturi    
lunedì 12 marzo 2007 
Milano. C’è il pubblico delle grandi occasioni al ‘Teatro Studio’. E anche apparati di sicurezza immanenti, con unità cinofile e metal-detector all’entrata. Ma il sensazionale è normale, almeno per una sera: perché un pezzo di Iraq, delle istituzioni del Paese, mercoledì scorso si trovava qui; tutti presenti per intervenire ad un incontro organizzato dalla Fondazione del Corriere della Sera. I leader politici della sventurata terra sono giunti in Italia per spiegarci come stanno andando le cose da loro, secondo loro. Anche se le truppe italiane lì non ci sono più, e Afghanistan e Iran hanno rubato la scena, l’Iraq rimane una polveriera: 3000 morti al mese, autobombe e uccisioni ogni giorno. Bisogna fare qualcosa: almeno in questo, i quattro relatori sono d’accordo. Ibrahim al-Jafaari, Osama al-Tikriti, Rowsch Shaways, Salam al-Maliki, Sadoon al-Zubaydi – coordinati dal giornalista Lorenzo Cremonesi –, pur nella diversità di posizioni, dicono infatti tutti la stessa verità: l’Iraq è a terra, in balìa delle decisioni-azioni disastrose prese o mosse da stati esteri, e ha una grande necessità di rilancio. Il teatro è pieno, il dibattito inizia con un comprensibile ritardo (dovuto al check-in), ma entra subito nel vivo. Il primo a parlare è al-Jafaari, sciita, fino al 2006 premier del Governo di transizione. Fa un bilancio a tinte rosa del suo mandato: “la realizzazione della democrazia è passata attraverso le elezioni, da cui è nato un governo democratico costituito dalle componenti confessionali ed etniche del Paese. Siamo riusciti a riunirci, a scegliere, a affrontare i problemi senza eccessiva reazione. Abbiamo lavorato alla Costituzione, aumentato il dialogo e il numero delle forze armate. E’ migliorato il debito pubblico, sono state realizzate infrastrutture, ottenuti buoni rapporti con i paesi vicini…” L’Iraq contemporaneo, allora, come si spiega? “Al-Maliki, l’attuale premier, ha fatto il possibile in un quadro mutato in peggio: sono cresciuti gli scontri interni, sono stati compiuti gravi errori da parte delle forze internazionali.” Il riferimento è agli Usa, che con la loro politica avrebbero contribuito ad accrescere il terrorismo in territorio irakeno. A giustificare parzialmente l’amministrazione Bush arriva però Rowsch Shaways. Il leader curdo rivendica il significato della liberazione attuata dagli americani, e sottolinea la volontà del suo popolo di collaborare a pacificare e rendere grande il paese; unito, nonostante l’animato dibattito interno sulla gestione delle risorse petrolifere. Sugli Usa: “abbiamo ancora bisogno del loro aiuto, finché non riusciremo ad essere indipendenti.” Osama Tikriti, leader sunnita, insiste a puntare il dito su Bush jr. Ci tiene a spiegare che il suo popolo non aveva particolari legami con il partito Bath. “Non siamo i ‘cattivi’ della storia. Il terrorismo è agito da una piccola parte della società, influenzata dall’estero: il 2% che domina il 98%. Vogliamo solo vivere insieme in pace. Ma gli Usa hanno invaso il paese senza conoscerlo, hanno maltrattato i cittadini. Così è cresciuto l’odio: si sa che gli americani sono venuti per i loro interessi, per proteggere Israele e attingere alle nostre risorse, per americanizzare l’oriente. Hanno tolto l’esercito, aperto i confini, creato caos; bombardano civili, i diritti umani non sono rispettati. Nessuno accetterebbe questo. Il 90% dei detenuti sono in carcere senza colpa, e così diventeranno quaedisti anche loro. Il paese è svuotato, il messaggio è la distruzione. Come si fa ad andare avanti?” Salam al-Maliki è un parlamentare sciita vicino al leader radicale al-Sadr, accusato di torture e terrorismo: “Siamo stati costretti a usare le armi per difenderci, ma i nostri principi sono umanitari. Ci attaccano solo perché il nostro è un grande movimento. Ci hanno liberato, ma solo perché come popolo avevamo abbandonato Saddam: ora tocca a noi occuparci del nostro paese.“ L’ultimo a intervenire è Sadoon al-Zubaydi, laureato con tesi su Shakespeare in Gran Bretagna; fu interprete ufficiale di Saddam. Rivendica il laicismo del passato e alcuni successi che furono ottenuti nel campo dell’istruzione. Ricorda la parabola (discendente) della gestione Bath e, per quanto serve, prende le distanze dal dittatore giustiziato. Si capisce, però, che un po’ di nostalgia gli è rimasta: “alcuni irakeni ripensano alla malattia, se hanno di fronte la morte.” Il tempo passa. Alla fine tutti fanno un ‘fioretto’: lavoreranno insieme, per il bene della comunità. A patto che il mondo dia una mano, e che gli americani si facciano da parte; restando, ma con più rispetto e discrezione. Un’ultima domanda, provocatoria, è per chiedere dei diritti delle donne, in un Paese ora sottoposto a pressioni efficacissime dai leader ultrabigotti musulmani. La risposta è dolce, sa di mimosa, come l’8 marzo. Ancora Salam al-Maliki: “Sono il 30% del parlamento. Le donne avranno un ruolo crescente e notevole, meglio di quanto accade in Occidente.” Veline contro velate. Quote rosa, problema tra un milione di problemi di uno Stato ricco ma prostrato, da non sfruttare né abbandonare. 

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